Sabato 19 Ago 2017
Pittura

Madonna della Lacrime-Seppio

BENI STORICO
ARTISTICI
Coord. WGS84
N 43° 10’ 07,22” E 13° 01’ 20,39”

DESCRIZIONE

L'antico Santuario della Madonna delle Lacrime conserva questa pregevole tempera su tavola, opera del pittore camerinese Giovanni Boccati, uno dei più qualificati esponenti della scuola pittorica di Camerino. Le prime notizie del pittore risalgono al 1445, quando ottenne la cittadinanza a Perugia, poiché ritenuto "in arte pictoria expertissimus" e in seguito a Padova e Firenze. Le contaminazioni apprese dal clima culturale di queste grandi città d'arte sono visibili nelle opere del suo periodo maturo, ma con il ritorno a Camerino, negli anni Sessanta, il suo stile si lega sempre di più al repertorio della pittura tardogotica. L'opera è parte di un trittico smembrato, di cui restano il pannello centrale, raffigurante la Madonna in trono col Bambino incoronata da due angeli e un devoto e il pannello sinistro con un San Sebastiano. Completava l'opera un ulteriore pannello, oggi scomparso, che secondo la descrizione fornita da Ludovico Ludovici nelle sue antiche memorie di Seppio, del 1893, raffigurava un San Vincenzo. La Vergine, posta sopra un trono ligneo intarsiato, è in adorazione del Figlio, adagiato sulle sue ginocchia sopra un velo trasparente. È incoronata da due angeli cantori, in piedi sui braccioli del trono davanti ad una tenda verde in broccato, che si piega in avanti a guisa di baldacchino. In basso a destra emerge una figura inginocchiata, rintracciabile in don Angelo da Mirabella, rettore della parrocchia e committente dell'opera, insieme a Pascuccio Paolucci, come ricordato nell'iscrizione. Nonostante le alterazioni cromatiche subite dal tempo, la luminosità degli incarnati, l'espressione delicata delle figure e la tipologia della Vergine ricordano molto il periodo toscano del Boccati, anche se nel complesso il suo stile resta molto legato al mondo gotico. Oggi nel coro della Chiesa, oltre l'altare, si conserva solo la tavola centrale, venerata per secoli con il nome di "Madonna delle Lacrime", in memoria di un miracolo avvenuto nel 1521. Si tramanda che l'immagine della Vergine abbia pianto per tutto il mese di febbraio e che in seguito al fatto la chiesa sia stata ad essa dedicata.

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Crocifissione Durante Nobili

Soggetto

Crocifissione e i santi Nicola da Tolentino, Antonio da Padova; san Crispino, Resurrezione, Deposizione, Discesa al Limbo, san Crispiniano (basamento).

Descrizione

La monumentale Crocifissione dipinta da Durante Nobili, allievo e collaboratore di Lorenzo Lotto dal 1550 al 1553, è la replica ispirata al capolavoro dipinto dal maestro veneziano circa quarant'anni prima per la piccola chiesa di Santa Maria in Telusiano di Monte San Giusto. Come nella tela riproposta, il punto di vista molto ribassato scelto per la rappresentazione proietta le figure, che popolano la scena, verso il cielo plumbeo, dove si stagliano isolate molto in alto le tre croci dei condannati. Al di sotto, nel piano intermedio, compare la schiera di soldati e cavalieri con i loro stendardi e armi svettanti che guidano lo sguardo al Cristo crocifisso, mentre verso il primo piano, lungo l'asse centrale, è collocata la scena drammatica del deliquio della Vergine assistita dalla Maddalena, da una pia donna e da san Giovanni Evangelista. A mezza figura e nel primissimo piano, tra lo spazio dell'osservatore e quello della scena sacra, figurano i due santi particolarmente invocati dalla devozione popolare, l'agostiniano san Nicola da Tolentino e il francescano sant'Antonio da Padova. Entrambi rivolgono il loro sguardo devoto alla sacra rappresentazione, in doppia veste di testimoni e mediatori. La pala è corredata anche da un basamento ligneo con predella, dove le figure dei due santi protettori dei calzolai raffigurate sui plinti, Crispino con il bordone e Crispiniano con la lancia del martirio, inquadrano tre episodi postumi alla crocifissione, disposti non in ordine di successione narrativa: al centro (secondo una corrispondenza semantica inerente alla Passione di Cristo) la Deposizione dalla croce, a sinistra la Resurrezione e in ultimo la Discesa al Limbo.

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Adorazione Magi

Descrizione

La pala dalle grandi dimensioni è la prima opera eseguita per Matelica dalla bottega dei De Magistris di Caldarola, attiva in città esclusivamente per il complesso francescano. Il tema centrale del dipinto, l'adorazione dei Magi al Bambin Gesù, trova collocazione nel primo piano della scena corrispondente alla parte più bassa della tela, con il Presepe disposto a destra, sullo sfondo di un edificio all'antica in rovina (in allusione al tempio pagano distrutto dopo la nascita del Salvatore), e i Magi spostati sulla sinistra: Gaspare, il più anziano, si è già tolta la corona e inginocchiato si appresta per primo a consegnare il vaso a forma di pisside con l'oro; più indietro Baldassarre attende genuflesso mentre tiene a terra il simile contenitore con l'incenso; infine, ancora più spostato a sinistra, il moro Melchiorre, il più giovane ed elegante dei Magi, raffigurato in piedi che porge il suo dono di mirra. Proprio dalla figura di Melchiorre, elemento di congiunzione narrativa e spaziale con la parte superiore, inizia l'infinito corteo regale che si snoda sinuoso nel paesaggio, disseminato di edifici antichi e città, fino a scomparire all'orizzonte.

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Trittico Luca di Paolo

Soggetto

Madonna con Bambino in trono e angeli tra i santi Francesco d'Assisi e Bernardino da Siena; Miracoli di san Bernardino: La donna scagionata dall'accusa di adulterio, Liberazione di un'indemoniata, Miracolo del bambino nato morto, Risanamento della mano bruciata; committenti (predella); Angelo annunciante, san Biagio con devoto, san Giovanni Battista (pilastro sinistro); Vergine annunciata, sant'Antonio abate, beato Gentile Finaguerra (pilastro destro).

Descrizione

Il trittico, l'arredo pittorico più antico tra quelli presenti nella chiesa francescana, è una delle tre opere ancora conservate a Matelica del pittore Luca di Paolo, anche se non è dato sapere esattamente la collocazione originaria. La ricca carpenteria lignea mostra un'intelaiatura di gusto tardogotico, come si deduce nella divisione con colonnine tortili terminanti in pinnacoli, nella centinatura ad arco acuto e negli archetti pensili intagliati; tali soluzioni arcaizzanti sono tuttavia smorzate dagli elementi di raccordo tra i tre pannelli di gusto più moderno, vale a dire dai pilastrini laterali terminanti con capitelli compositi e dalla perduta cimasa-trabeazione che insieme alla predella conferiva un aspetto unitario all'insieme. Nel pannello centrale, di grandezza maggiore, sono raffigurati la Vergine in trono con il Bambino, il quale, vivace e sgambettante, attinge delle ciliegie da una coppa offerta da uno dei quattro angeli disposti in maniera simmetrica ai lati. Il trono, dallo schienale semicircolare e dalla piattaforma poligonale, presenta delle decorazioni scolpite e con inserti di marmi policromi.

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Pala Palmezzano

Soggetto

Madonna con il Bambino in trono tra i santi Francesco e Caterina; Pietà tra i santi Giovanni Evangelista, Maria Maddalena e Ludovico da Tolosa (lunetta); sant'Adriano, Martirio dei protomartiri francescani, Ultima cena, Stimmate di san Francesco, san Bonaventura da Bagnoregio e il Lignum Vitae (basamento); san Gerolamo, sant'Antonio da Padova, beata Filippa Mareri (pilastro sinistro); san Bernardino da Siena, san Sebastiano, santa Chiara (pilastro destro).

Descrizione

La grandiosa macchina d'altare presenta integro, dopo oltre cinquecento anni, l'originario impianto aulico e monumentale. L'opera, firmata e datata, è stata realizzata da Marco Palmezzano, pittore di origine forlivese come il più noto Melozzo di cui nel cartiglio dichiara platealmente e per l'unica volta l'affiliazione artistica. Egli si trasferì a Matelica nel 1501 per ottemperare alla committenza affidatagli dal padre superiore del convento, frate Giorgio, con il quale sembra voler condividere i meriti della straordinaria impresa, visto il suo eccellente esito finale, facendosi citare insieme all'esecutore. L'intento riuscito di frate Giorgio fu quello di far dipingere per l'altare maggiore un'opera che presentasse un rigoroso programma iconografico finalizzato all'esaltazione dell'ordine francescano, sia sul fronte spirituale che su quello dottrinale, attraverso i suoi personaggi e le vicende più significativi; ma soprattutto che tale ambizioso progetto fosse realizzato da un artista moderno e aggiornato alle nuove istanze della pittura rinascimentale.

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Madonna del Carmine

Descrizione

Il grande dipinto è concepito come un'apparizione divina senza la mediazione di santi: la Vergine, seduta su una nuvola, tiene in braccio il Bambino ed entrambi appaiono in un turbine di luce dorata e di nuvole, circondati da cherubini e angeli, mentre elargiscono con zelo il tradizionale scapolare, popolarmente detto "abitino". Tale oggetto devozionale, legato all'apparizione della Vergine sul Monte Carmelo nel 1251, deriva dalla stola portata in alcuni ordini religiosi e consiste in due pezzi di stoffa marrone che, uniti da due cordicelle ed aventi sul davanti l'immagine della Madonna con Bambino, venivano indossati in modo che i riquadri si posizionassero sul petto e, appunto, tra le scapole: il piccolo indumento diventò segno della consacrazione a Maria e della sua protezione verso i devoti, ma soprattutto della promessa della morte in stato di grazia e della pronta liberazione dalle pene del Purgatorio. Nonostante la semplicità della scena e l'assenza di ambientazione spaziale, il quadro si impone per la monumentalità delle figure, specie della Vergine, e per l'intensità cromatica dell'azzurro e del rosso in contrasto con la tonalità dorata della gloria angelica. Di grande impatto sono l'intensità, l'intreccio degli sguardi, quello del Bambino rivolto direttamente al fedele, e il plasticismo delle figure, il tutto definito da una materia pittorica vibrante di luce e colore.

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Pannelli Santa Teresa

Descrizione

I due pannelli sono ciò che rimangono di un trittico in origine collocato sull'altare maggiore dell'antica chiesa di Sant'Antonio abate, edificio venduto ai monaci silvestrini e poi demolito nel corso dell'Ottocento. In entrambi le figure dei santi si soffermano su un rigoglioso tappeto erboso analiticamente descritto, di cui il secondo punteggiato da rose selvatiche rosse e bianche, e si stagliano su un fondo oro granito a racemi, terminante ad ogiva, un tempo completato dalla perduta carpenteria. Nella tavola di sinistra sono raffigurati il barbuto profeta Daniele, alla sommità con veste svolazzante e cartiglio, l'elegante san Sebastiano, con il grande arco e la freccia, e santa Caterina d'Alessandria, mentre tiene il libro e la ruota dentata simbolo del suo martirio. Alquanto accurato è il loro abbigliamento che li attualizza come cortigiani alla moda: san Sebastiano presenta una sontuosa giornea, broccata e foderata di pelliccia, indossata al di sopra del farsetto rosso cremisi, questo con maniche tagliate fino al gomito da cui fuoriesce la candida camicia, e delle calze solate, con punta allungata in rosso scuro e fibbia dorata, abbinate all'immancabile berretto; del medesimo colore rosso scuro è la cotta di santa Caterina, dalle tipiche maniche aderenti tagliate fino al gomito e abbellita da raffinati dettagli dorati, sulla quale indossa un regale mantello candido con ramoscelli e bordi in oro.

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Paliotto

Descrizione

Il paliotto dal finissimo intaglio dorato probabilmente fu realizzato per l'altare principale della chiesa intitolata alla Santissima Annunziata, come giustifica la presenza al centro, nell'ovale a rilievo, dell'arcangelo Gabriele e della Vergine annunciata. Lo stemma intagliato soprastante (uno scudo composito con scacchiera a sinistra e tre stelle e leone rampante a destra) appartiene ai Grassetti, chiaro riferimento alla committenza da parte di una delle più ricche famiglie cittadine per un'istituzione religiosa, la chiesa con l'annesso monastero benedettino detto delle "Monachette", che accoglieva giovani fanciulle della buona società matelicese. La cornice esterna, poggiante su un basamento marmorizzato, è costituita da due paraste laterali con festone intagliato ad altorilievo e da una fascia superiore decorata da girali di foglie incisi nello spessore della mestica e poi bruniti, creando un vibrante contrasto con il fondo opacizzato. L'unicità e la particolare raffinatezza del paliotto risiedono nel fronte, dove si sviluppa una leggera trina di ampi e sinuosi girali d'acanto, motivi vegetali e fiori che termina agli angoli con piccoli grappoli.

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Madonna dell Culla

Descrizione

Il particolare soggetto iconografico della Madonna della culla ha trovato diffusione, intorno ai primi decenni del Quattrocento, in opere di artisti di scuola fabrianese, molto probabilmente a seguito di un prototipo, ormai perduto, lasciato o inviato in patria dal grande Gentile da Fabriano e replicato più volte con piccole varianti e in diverse tecniche. Tra i diversi esemplari, il dipinto matelicese risulta indubbiamente quello di maggiore rilevanza sia per qualità formale e cromatica sia per la stretta adesione ai modi gentiliani. In quanto tema strettamente legato alla Natività, la scena è dominata dalla Madonna genuflessa che adora il Figlio, adagiato su una culla lignea a dondolo, il quale è nudo, circondato da raggi dorati mentre fissa la madre e pudicamente trattiene un lembo del perizoma velato, ciò a dimostrare la sua natura divina e umana di Verbo incarnato. Sicuramente nella Vergine si ritrovano le maggiori rispondenze con quelle dipinte da Gentile, sebbene tradotte in un fare più approssimato: il volto dal luminoso, morbido incarnato e dai capelli biondi è quanto di più vicino alle figure gentiliane, come del resto i raffinati dettagli in oro dei bordi del velo bianco, del mantello blu e dell'aureola che recano le parole della Ave Maria in latino.

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Crocifisso duecentesco

Descrizione

La tavola corrisponde alla tipologia del crocifisso dipinto destinato ad essere appeso davanti ai fedeli nella parte terminale della navata, al fine di suscitare una partecipata meditazione sulla Passione e sulla Redenzione. Ha come soggetto il Cristo trionfante di origine alto medievale, vale a dire la divinità incarnata che non soffre e muore sulla croce, come attestano l'atteggiamento impassibile e gli occhi aperti, ma vince sulla morte. La figura è in posa statica, ma non rigidamente frontale; il volto è incorniciato dal grande nimbo intagliato e dalla chioma che scende in riccioli sulle spalle, mentre le membra sono delineate graficamente. Con lo stesso linearismo sono definite le figure poste ai lati e di minori dimensioni, la Vergine e san Giovanni Evangelista, che nella gestualità e nell'espressione dei volti restituiscono una malinconica sofferenza. All'estremità dei bracci si trovano figure di angeli adoranti, con le mani velate in segno di omaggio. La croce è uno degli esemplari più notevoli della pittura romanica marchigiana, opera di un maestro locale influenzato da modelli umbri (evidenti sono i richiami al Crocifisso di San Damiano di Assisi) e in particolare spoletini, riproposti qui in uno stile autonomo e con una particolare sensibilità cromatica.

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Torchio Mistico

Descrizione

Il dipinto costituisce l'unica attestazione marchigiana di una delle raffigurazioni allegoriche più suggestive del mistero eucaristico, quella del Torchio Mistico, che vede nel Cristo il frutto da spremere affinché il succo ottenuto, vale a dire il suo sangue, sia bevanda di redenzione per i peccatori. Il tema iconografico trae spunto da un versetto del Libro del profeta Isaia (63, 3) "Nel tino ho pigiato da solo e del mio popolo nessuno era con me" - metafora del Dio vendemmiatore e premonizione della solitudine di Gesù -, collegato al "grappolo d'uva" della Terra Promessa, quello riportato con una stanga dai due esploratori inviati da Mosè durante la ricognizione nel paese di Canaan (Numeri 13, 17-24), allegoria di Cristo e prefigurazione della sua passione. La connessione "grappolo d'uva-Cristo" spetta ad Agostino d'Ippona, il quale nella sua esegesi veterotestamentaria in chiave cristologica messa a punto nelle Enarrationes in Psalmos, opera di carattere prevalentemente pastorale e destinata alla predicazione, evidenzia come "Il primo grappolo d'uva schiacciato nel torchio è Cristo. Quando tale grappolo venne spremuto nella passione, ne è scaturito quel vino il cui calice inebriante quanto è eccellente!" (Esposizione sul Salmo 55, 3-4).

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Noli me tangere

Descrizione

La tela, firmata e datata da Ramazzani, traduce in maniera letterale e didascalica, secondo i dettami della pittura controriformata, un noto passo del Vangelo di Giovanni (20, 1-8), quello in cui è narrata l'apparizione di Cristo risorto a Maria di Magdala. Le figure in primo piano, infatti, rappresentano l'episodio principale con l'elegante Maria piangente nelle vicinanze del sepolcro che, d'improvviso, riconosce Gesù, dopo averlo scambiato inizialmente per il custode del giardino; il Risorto le intima di non toccarlo ma piuttosto di recarsi dagli altri discepoli per annunciare la sua resurrezione. Come consuetudine, la donna è inginocchiata in un prato fiorito davanti a Cristo, raffigurato in veste di giardiniere o contadino con cappello e vanga in spalla. Volgendo l'attenzione sul fondo della rappresentazione, si distinguono tuttavia altre scene dove compare ripetuta la stessa Maria di Magdala per altre due volte: le raffigurazioni in secondo piano, Maria che dopo aver trovato vuoto il sepolcro corre ad avvisare Pietro e Giovanni e sempre la discepola che di fronte al sepolcro aperto colloquia con i due angeli seduti su di esso, sono in realtà gli antefatti all'episodio principale e finale del racconto che dal fondo si snoda sinuosamente, da destra a sinistra fino al primo piano, verso lo spettatore.

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  • Le culture pittoriche del territorio si inseriscono nel più ampio fenomeno della cultura adriatica. nell'ambito della quale le Marche attuali rivestivano un ruolo di cardine delle relazioni tra Roma e il vicino Oriente. Si esauriscono lungo il Cinquecento, o si trasformano talora in dinastie familiari, come per Simone, Giovan Francesco e Giovanni Andrea Dee Magistris.

    Scuola pittorica di Camerino
    Un linguaggio pittorico che possiede tutti i requisiti per essere riconosciuto quale entità a se stante e ben specificato nella inesauribile trama del Quattrocento italiano. I principali esponenti di questa felice stagione pittorica, che coincide con la Signoria dei Da Varano, sono, oltre Cola di Pietro e Arcangelo di Cola, Giovanni Boccati e Girolamo di Giovanni.

    Suola pittorica di San Severino
    Nel 1400 Lorenzo Salimbeni firma l'altarolo con le Nozze Mistiche di Santa Caterina: un precoce esempio di apertura al linguaggio lineare del gotico cortese e un'opera ricca di umori pittorici tedeschi e boemi. Contemporaneamente Gentile da Fabriano muoveva i primi passi. Il Salimbeni con il fratello Jacopo nel 1416 esegue a Urbino gli affreschi dedicati alle Storie di S. Giovanni Battista (Oratorio di S. Giovanni): l'opera è considerata uno dei vertici europei del Gotico Internazionale.

  • La creatività è una componente fondamentale del carattere di marcamontana che si è sempre espressa ai massimi livelli anche in campo artistico. I committenti religiosi e laici hanno avuto gioco facile nello scegliere per ogni epoca, senza dover uscire dall'ambito territoriale, pennelli tra i più ricercati e celebrati dell'arte italiana. Se la vicina Camerino offriva Arcangelo di Cola, Giovanni Boccati e Andrea Girolamo di Giovanni e a Caldarola tenevano stabilmente bottega i De Magistris, marcarnontana rilanciava con i fratelli Salimbeni, Bernardino di Mariotto, Lorenzo D'Alessandro dando vita ad una vivace stagione medievale e rinascimentale oggi raccontata, oltre che dalla Pinacoteca Civica di San Severino Marche e dal Museo Piersanti di Matelica, da un ciclo di affreschi e  tele sparse per le chiese di ogni comune. Ed e proprio una chiesa, il monastero di Santa Maria delle Macchie, a costituire da se un tributo al grande lnnovatore della pittura Trecentesca: Diotallevi di Angeluccio da Esanatoglia.

  • affreschiUn percorso turistco culturale alternativo che offre al viaggiatore lo spunto per andare alla ricerca dell'espressione pittorica che ha radici più profonde in un torritorio in cui torri e campanili hanno formato con il contado un continuum armonico: l'affresco votivo. Pullulava di villaggi la marcamontana medievale, case sparse e piccole città. Poichè la religione scandiva tempi e ritmi della società civile, tutti avevano un luogo di culto. Monastero o edicola che fosse, più che affidare alle parole l'espressione della dovozione, la si affidava alle immagini dipinte sulle pareti. A seconda della ricchezza. dell'epoca e della posizione geografica, i committenti si affidarono a pittori locali, della scuola fabrianese, camerinese e settempedana e, nel XVI secolo, a quei maestri assoluti che furono i De Magistris di Caldarola.

  • Come la maggior parte delle raccolte pubbliche marchiglane, quelle di marcamontana sono costituite principalmente da dipinti di soggetto sacro: emblematica in questo senso la Pinacoteca di Treia dove sono aflìancati da ritratti di notabili, letterati e politici locali. A Matelica sono la Pinacoreca Raffaele Fidanza ed ll Museo Piersanti a contendersi la palma della collezione più ricca. Fermandosi al periodo d'oro dell'arte pittorica di queste terre, il trofeo va senz'altro al Museo Piersanti la cui collezione contempla anche opere di Diotallevi di Angeluccio e di Lorenzo D'Alessandro, pittori che hanno scritto la storia dell'arte italiana insieme ai fratelli Salmbeni e Bernardino di Mariotto, dando vita ad una vivace stagione medievale e rinascimentale oggi raccontata, oltre che dalla Pinacoteca Civica di Dan Severino Marche, da un ciclo di affreschi e tele sparse per le chiese di ogni comune di marcamontana. A San Severino merita una visita anche la Galleria D'arte Moderna che conserva una raccolta di quadri d'arte contemporanea e una collezione di dipinti di Filippo Bigioli, pittore e inclsore dell'Ottocento.

  • Marcamontana ha storicamente gran feeling con le avanguardie artistiche, in particolare ad Esanatoglia dove e nato quel  Diotallevi di Angeluccio che, nel Trecento, segna una svolta importante nella pittura e dove nel Novecento, con Casa Zampini, il maceratese Ivo Pannaggi ha dato forma alla sua visione futurista della vita quotidiana. A Braccano, frazione di Matelica, immersa in un ambiente di straordinaria bellezza sulla strada che porta al San Vicino, si danno appuntamento annualmente artisti di fama internazionale ed allievi delle Accademie di Belle Arti di Brera, Urbino e Macerata per realizzare murales sulle facciate di abitazioni e fienili. Nella vicina Gaglole infine, sono tutt'uno con il paesaggio anche opere pittoriche e sculture di artisti contemporanei per cui l'Associazione il Mulino crea suggestivi scenari espositivi.

  • Vera chicca di marcamontana è una collezione diffusa di capolavori dalla pittura grazie al circuito di affreschi votivi presenti nelle chiese di ogni comune. Terra a lungo sottoposta al governo dello Stato Pontificio, marcamontana ha quasi ovunque beneficiato dei lasciti di collezioni insigni prelati cui la brillante carriera romana aveva permesso anche l'acquisto o la commissione di opere di importanza mondiale. Filippo iersanti fece del suo palazzo matelicese una vera galleria in cui a pittori locali come Lorenzo D'Alesandro (di cui vanno assolutamente viste anche la Maestà di Parolito e la Pietà), Diotallevi di  Angeluccio (che si e  espresso anche nella Cappella Smeducci, nel  Santuario della Madonna di Valcora ed in Santa Maria delle Macchie) si affiancano Francesco di Gentile, Guercino, Carlo Maratta. Non dissimile la collezione della Pinacoteca Tacchi Venturi il  cui catalogo, solo fermandosi al Medioevo-Rinascimento, va dalle "Nozze mistiche di Santa Caterina” di Lorenzo e Jacopo Salimbeni (di cui vedere anche le storie dl Sen'Andrea nella cripta e quelle di Sant'Eustachio in San Lorenzo in Doliolo) alla  "Madonna dell'umiltà" di Allegretto Nuzi, dal polittico con "Madonna e Santi" dl Vittore Crivelli alle  "Madonna della Pace del Pinturicchio" e due tele del Pomarancio.


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