Sabato 19 Ago 2017
Scultura

Statua Madonna con Bambino

Descrizione

Nel piccolo gruppo scultoreo, venerato come Madonna delle Grazie, la Vergine Maria, seduta e con lo sguardo rivolto al fedele, indossa sopra la veste rossa un lungo mantello blu che la avvolge dalla testa ai piedi; sul capo il manto è fermato dalla corona appena accennata. Il Bambino è in braccio alla Madre, anch'esso vestito da una tunica rossa ed è raffigurato mentre tocca con la destra una sfera, il globo terrestre, tenuta in mano dalla Vergine, dettaglio che richiama l'iconografia del simulacro trecentesco della Madonna di Loreto. L'intaglio piuttosto semplificato e grossolano e la definizione pittorica delle parti del gruppo, soprattutto dei volti e delle mani, tradiscono il contesto popolare e di cultura minore del manufatto, che, per il fatto di avere il lato posteriore non rifinito, era destinato fin dalle origini ad essere collocato in un'edicola e non ad un uso professionale.

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Madonna di Loreto

Descrizione

La scultura è sistemata all'interno della nicchia centrale a lacunari di un'ancona lignea, che presenta forme architettoniche e appare decorata da colonne con fusto embricato e specchiature mistilinee in rilievo dorate. L'insieme, unito a due apicali mezze volute lignee con l'Annunciazione e al bacile con testa del Battista in legno dipinto al momento rimossi, evocherebbe quindi l'altare posto all'interno del sacello lauretano, con l'aggiunta dell'emblema pertinente alla committenza (la testa del Battista, per la Confraternita di San Giovanni Decollato). Di sicuro il gruppo ligneo appartiene alla tipologia di simulacri ispirati proprio al prototipo venerato nel santuario mariano, in cui la Madonna stante e il Bambino benedicente tenuto in braccio, entrambi con l'incarnato bruno, sono coperti sul davanti dalla dalmatica. Secondo un'iconografia codificata alla fine del XV secolo, le due figure della Vergine e del Bambino, con le teste modellate a tutto tondo, indossano sulla testa rispettivamente il triregno (che trattiene un velo azzurro) e la corona dorati e gemmati, con l'ulteriore aggiunta del globo crucifero per il Figlio, il quale fuoriesce per tre quarti della figura dalla dalmatica e indossa una tunica dorata profilata in rosso.

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Fonte di S. Niccolò (XIII sec.?)

La fonte costituita da una lunga e rettangolare vasca ubicata entro un lungo porticato a cinque arcate a tutto sesto è situata ai piedi della cinta muraria, addossata alla scarpa sottostante l'omonimo torrione, a meno di cento metri a monte dalla porta di S.Lorenzo. Il toponimo deriva dalla preesistenza in loco della chiesa di S.Niccolò con piccolo monastero annesso o grancia, dipendente dall'abbazia di Sant'Eustachio, ove si trasferirono all'inizio del Trecento i quattro monaci di S.Eustachio.
arch. Debora Bravi

Bibliografia

G.BORRI, Insediamenti benedettini nell'area sanseverinate, in "studi Maceratesi", XLII (2006), p.446-447, nota 90.

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Fonti di San Lorenzo (XV sec., XIX sec.)

Le due fonti addossate simmetricamente ai lati dell'arco interno dell'ottocentesca porta Romana, furono realizzate durante la costruzione della stessa porta su disegno dell'Aleandri verso il 1822; esse sono perfettamente inserite nell'apparato ornamentale della finitura a bugnato per mezzo delle ornamentali arcate a finti conci in mattoni che le sovrasta. Del tutto identiche si compongono di una semplice vasca semicircolare, appoggiata su di un parapetto a rilievo con al centro la maschera in bronzo leonina, coronata da un bassorilievo a forma di conchiglia, il cui disegno sembra reiterarsi nella grafica architettonica della bella ghiera bugnata. Prima della costruzione della Porta Romana la fonte già esisteva e come le altre situate nella parte di città del fondovalle venne realizzata nel corso del XV sec.; una dettagliata analisi storica ci viene fornita da Vittorio Emanuele Aleandri che la riporta nel suo manoscritto intitolato Memorie di alcune pubbliche fonti : «... Nella metà del secolo XV gli abitanti della contrada di S.Lorenzo soffrivano penuria d'acqua potabile dovendo andare per essa fino al pozzarello, che probabilmente era la fontana detta poi del copparello furi le mura, sotto S.Paolo; pensarono quindi di costruire una pubblica fonte presso Porta Romana, già denominata di S.Lorenzo o del peso e condirvi l'acqua di un'altra fontana esistente a S.Paolo, forse costruita dai Crociferi per il loro ospedale ivi eretto.

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Fonte di borgo Fontenuova (XII-XIII sec.)

Un'antica epigrafe affissa sul fronte ci attesta che la prima edificazione della fonte risale all'anno 1295, al tempo del podestà Ranieri dei conti Baschi, che ne ordinò la realizzazione. ANNO. DNI. MCCLXXXXV. IND. VIIJ. TPE. POTES / TARIE. NOBILIS. VIR. RAINERIJ. DNI. VGOLINI. POT. Altra testimonianza epigrafica, oggi scomparsa perché cancellata durante la repubblica francese, ci perviene da un manoscritto che raccoglie tutte le iscrizioni della città, compilato nel XXVIII sec. da Bernardino Crivelli. CLEM. VII. P. M. / IO. IA. COM. EPIS. ALBING. MAR. / PROLEG. ANT. IA. FRANCO. I. U. DOC. / ET. COMIT. COS. F. RICOBALD. B. TAR. / M. COLAE. F. P. CURAN. P. PAULO. CAN / CELLOTTO. ET. AUG. BUCARAT. / CCCV. OLIMP. AN. IIII. L'iscrizione riporta l'anno 1524, anno 4° della 305° olimpiade (ossia 305° lustro), secondo un sistema di datazione che a quel tempo prediligeva il console Anton Jacopo Franchi e che egli utilizzò anche nel testo dell'altra iscrizione che fece apporre nella trabeazione del suo palazzo Franchi in piazza. Nel 1584 venne eseguito un nuovo restauro a cui, si legge nella delibera consiliare, dovevano proporzionalmente partecipare alla spesa tutti gli abitanti del borgo. E' chiaro che il toponimo del sobborgo medievale Fontenuova derivi dalla stessa fonte e che tale nome accenni chiaramente ad una precedente fonte rinnovata.

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Fonte dell’Isola (metà del XV sec.)

Prima della metà del secolo XV dentro le mura di San Severino non esistevano altre pubbliche fonti, tranne quella antichissima detta della Valle o delle Sette Cannelle. A metà del XV sec. il comune nell'ambito del progetto di approvvigionamento idrico della città di fondovalle per mezzo di pubbliche sorgenti, diede inizio nel 1451 alla realizzazione della nuova fonte a servizio del quartiere di Santa Maria e a capo della strada dell'Isola, come sfondo scenografico della detta via che collegava direttamente il polo amministrativo del borgo al castello. Successivamente nel 1453 vennero prolungate le condutture fino alla chiesa della Misericordia e vi fu costruita la seconda fonte del quartiere. Da un interessante riformanza consiliare del registro del 1451 si apprende che durante la realizzazione della fonte vennero riciclati mattoni provenienti dalle case demolite di tutto il circondario e poiché era vietato il trasporto di mattoni e pietra di recupero da un quartiere all'altro, occorse una supplica al Consiglio da parte di tutti gli abitanti della strada dell'Isola, della contrada di San Cristoforo e di più altre contrade del quartiere di Santa Maria per l'ultimazione della fonte, che necessitava utilizzare materiale proveniente anche da fuori del quartiere. Nel 1604 la fonte venne restaurata e fu costruito il muro dinanzi alla sua volta, quindi rimattonata la strada sovrastante e riallacciata l'acqua dispersa. Altre riparazioni vennero eseguite nel 1621 e 1640.

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Fonte delle Sette Cannelle, già Fonte della Valle (XII-XIII sec.)

La fonte era già esistente agli inizi del 1300, come dimostra una riformanza del 3 dicembre 1307 con la quale si deliberò la costruzione di una porta in quartierio Sancti Francisci ad trivium cannellarum. La nuova vasca in origine ebbe il doppio uso di lavatoio e di abbeveratoio per il bestiame. L'abitazione costruita sopra la fonte attorno al sec. XV, fu inizialmente adibita a pubblici uffici. Un'iscrizione in pietra, oggi perduta, ci attestava un radicale rinnovamento nell'anno 1339: «ANNO.DNI.MCCCXXXVIIII...HIC.FONS.F....R.....S.AFV.....P.FRANCISHI...N....M». Nel 1459 furono realizzati gli speroni della fonte. Nel 1568 il governatore Alessandro Pallantieri ne promosse il restauro e venne aumentato l'afflusso d'acqua, proveniente dal monte Foresta, ubicato sopra il convento e la chiesa di S.Maria delle Grazie. In occasione del restauro il Pallantieri emanò uno specifico editto per mantenere l'ordine ed il decoro delle fonti: «niuna donna possa andare a pigliare acqua alla detta fonte con la roccha o conocchia o altra cosa sporca sotto pena della frusta, et di non poter mai più andare a pigliare acqua, et alli putti minori di dodici anni li quali contravverranno se li diano lì alla fonte cinquanta staffilate, et in piazza della terra altre cinquanta. Al cancelliere poi e agli altri esecutori che mancassero di far rispettare gli ordini da lui dati oltre la privazione dell'ufficio si dia tre tratti di corda». Nel 1640 il complesso fu di nuovo restaurato, come si deduce da un iscrizione affissa «LI SS.RI CAP.O FRANC.O CONS. E ANT.O SPERAND. PRIORE 1640». Fu attraverso questo intervento che gli intradossi delle volte a crociera furono decorati con motivi floreali e foglie di pampini a guisa di pergolato. Alla fine del XIX sec. i pilastri ottagoni furono inglobati in tre speronature a mattoni, mentre all'inizio del XX sec. ai vani superiori, che ospitarono nel XIX sec. la scuola pubblica, furono aggregati altre stanze mediante ampliamento sul retro. Quest'ultima superfetazione venne totalmente rimossa nel restauro del 1979 da parte della Soprintendenza ai Beni architettonici e ambientali di Ancona.

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Fonte della Misericordia (metà XV sec.)

Verso il 1453 il Comune condusse l'acqua dal Castello ai piedi della contrada Le Piagge e il Borgo poté arricchirsi di nuove fonti pubbliche, che assicurarono l'approvvigionamento idrico, fino all'Ottocento quando vennero costruiti gli acquedotti. Inizialmente venne edificata la fonte dell'Isola (1451) e successivamente in contemporanea la fonte di Sant'Agostino e della Misericordia (1453). La fonte, che prese il nome dalla chiesa della Confraternita della Misericordia con cui confinava, era in principio collocata tra la chiesa ed il palazzo dei Governatori e non come oggi sul lato sinistro del portale della chiesa, dinanzi al muro di tamponamento della trecentesca loggia della Misericordia. Sulla fonte il Comune fece murare l'antico stemma della città, cioè la facciata della chiesa dedicata a San Severino, come descrive il Gentili nel 1742 nella sua Dissertazione sopra le antichità di Settempeda ovvero San Severino:

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Fonte del Leone, già di Sant’Agostino (XV sec., XIX sec.)

La fonte del Leone, di origine quattrocentesca, ubicata dinnanzi alla facciata di Sant'Agostino, a capo all'antica via che dalla porta urbica della Boccetta (Farina o Collina) saliva all'ingresso del nuovo Duomo, fu ricostruita integralmente, dopo un precedente restauro del 1637, a fine del 1840, per volere di Severino Servanzi Collio. Il disegno fu opera di Venanzio Bigioli, che ne scolpì anche la statuaria, di cui resta oggi la Sfinge imperante al centro e da cui deriva la popolare denominazione del Leone. Il consiglio comunale approvava il disegno del Bigioli già nel 1835, esso prevedeva una vasca ottagona sormontata da un'egizia versante acqua. Come solitamente succedeva il progetto venne modificato durante l'esecuzione, per esser adattato ad una maggiore comodità di prelevare acqua, ma non solo, all'opera d'arte già realizzata gli vennero pure successivamente sottratti alcuni elementi scultorei, ritenuti anch'essi poco pratici per gli usi domestici della fonte, così la piccola conca sottoposta all'egizia e le tre maschere, che descrivono gli storici dell'epoca (G.Ranaldi), vennero sostituiti con un'unica maschera di altra mano.

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  • archeologia sculturaTra i molti reperti archeologici di epoca romana che sono presenti in tutta marcamontana, quelli di Treia e Matelica sono pressoché unici tanto da godere di fama mondiale. I reperti egizi di Treia risalgono al periodo in cui dove oggi svetta il Santuario del SS Crocifisso c'era un Iseo, ovvero un tempio dedicato al culto di Iside. Da quell'Iseo provengono statue, teste e mosaici di valore inestimabile in mostra al Museo Archeologico (in foto). È Matelica a custodire nell' analogo museo il rarissimo Globo di marmo, probabilmente un orologio solare, sulla cui superficie sono evidenti incisioni geometriche e parole in greco antico.

  • Un percorso turistico culturale che mette in mostra un patrimonio unico e davvero sui generis. È molto raro trovare opere d'arte e di artigianato artistico che nascono come esaltazione della sola materia prima a disposizione in quantità in un territorio ricco di boschi rigogliosi, popolati di essenze rare e pregiate che per secoli hanno offerto a modesti artigiani ed abili ebanisti la materia prima per soddisfare le più svariate esigenze di committenti umili e facoltosi, nobili e borghesi, laici ed ecclesiastici.  È nel lavoro quotidiano di questi maestri di legname che affonda le proprie radici la cultura dei manufatti lignei di marcamontana, cui va riconosciuta una delle peculiarità più singolari della produzione artistica marchigiana.   Per le cattedrali, i santuari e le umili pievi rurali nacquero suppellettili liturgidie, immagini sacre, apparati decorativi che, per mezzo della policromia o dell'oro, l'inserimento di figure fantastiche o elementi vegetali, supplirono con il legno dei boschi di alberi secolari allo sfarzo di marmi e materiali preziosi impiegati in regioni più ricche.

    Tra queste opere, che hanno decorato e decorano chiese di tutta marcamontana, oltre agli altari ci sono l'iconografia del Cristo al completo (che può suscitare stupore misto a grande suggestione, come nel caso del Crocifisso dell'omonimo Santuario francescano di Treia il cui volto mostra espressioni diverse a seconda del punto di vista), gran parte di quella della Vergine e dei Santi, ma anche arredi, reliquiari ed oggetti di uso liturgico come tabernacoli e fonti battesimali.

  • statue bustiUno dei più apprezzati scultori dell'Ottocento è Ercole Rosa, autore del busto di Bartolomeo Eustachio in Piazza del Popolo nella sua San Severino. Rosa è l'autore dei monumenti ai Fratelli Cairoli a Roma e Vittorio Emanuele II a Milano nonché dei ritratti in bronzo di Manzoni e Garibaldi. A Treia gli evangelisti della chiesa di San Filippo portano la firma di Gioacchino Varlé, il busto in argento di Sisto V in Cattedrale è del Giambologna, mentre è il treiese Antonio Calamante l'autore del busto più noto di marcamontana, quello di Pio VI che troneggia sullo sfondo di Piazza della Repubblica.

    Suggerito un tour tra i busti reliquiari che, con statue ed arredi sacri costituiscono il ciclo ligneo di marcamontana. Singolare infine la concentrazione di sculture di maestri del Novecento sulla tomba di Enrico Mattei a Matelica.

  • La figura di magister lignaminis (ovvero di intagliatore di sculture ed arredi sacri in legno) ha una vera e propria scuola in  San Severino Marche con Domenico Indivini, considerato uno dei più grandi del XV secolo, che tenne bottega con il fratello Nicola e che ebbe allievi Pierantonio e Francesco Acciaccaferri,  con cui realizzarono il coro nella chiesa Superiore di San Francesco di Assisi. Al XVI secolo risale la produzione del matelicese Scipione Paris, mentre è tra il Settecento e l'Ottocento che Venanzio Biagioli esprime tutta la sua maestria nell'arte dell'intaglio. Sanseverinate è anche Ercole Rosa cui si devono alcuni dei più noti monumenti italiani dell' Ottocento.

  • capolavori sculturaIn marcamontana ogni città mostra più di un esempio di quella scultura lignea a soggetto religioso che costituisce un vero e proprio ciclo espressivo: basta pensare alla Madonna Auxilium Cristianorum a Castelraimondo o al San Sebastiano a Sefro, al Crocifisso di San Giuseppe a Gagliole o all'altare dei cartai a Pioraco. È San Severino a detenere il primato di città natale di scultori ed intagliatori. Come tale, è uno degli scrigni più forniti di opere tra cui il busto di Bartolomeo Eustachio a firma di Ercole Rosa, un coro di Domenico Indivini in Duomo Vecchio, un Crocifisso degli Acciaccaferri in Cattedrale.

    Nell'ambito archeologico la palma va senz'altro a Matelica con il Globo ed a Treia con i suoi reperti egizi di valore inestimabile cui si affiancano alle statue degli Evangelisti e dei Dottori della Chiesa del Varlé e ad un busto di Sisto V in argento del Giambologna.


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