Sabato 19 Ago 2017
Arte e lettere

arte lettereMarcamontana è legata a doppio filo non solo a Giacomo Leopardi, ma a due grandi scrittori del Novecento che delle loro città di origine hanno fatto il perno di straordinari racconti autobiografici. Dolores Prato, con prosa poetica, in "Giù la Piazza non c'è Nessuno" dà un affresco fotografico dei luoghi e dell'anima di Treia che identifica con l'età d'oro dell'intera sua esistenza. Libero Bigiaretti, poeta e narratore nato a Matelica, pluripremiato e tradotto in varie lingue, ambienta in città il romanzo "Carlone".

Lorenzo Taccaroni

La gloria di colui che tutto move per l'universo penetra e risplende in una parte più e meno altrove. Nel ciel che più della sua luce prende fu' io, e vidi cose che ridire né sa né può chi di lassù discende; perché appressando sé al suo disire, nostro intelletto si profonda tanto, che dietro la memoria non può ire.
Veramente quant'io del regno santo ne la mia mente potei far tesoro, sarà ora materia del mio canto. O buon Appollo, a l'ultimo lavoro fammi del tuo valor sì fatto vaso, come dimandi, a dar l'amato alloro.
Infino a qui l'un gioco di Parnaso assai mi fu; ma or con amendue m'è uopo intrar ne l'aringo rimaso. Entra nel petto mio e spira tue sì come quando Marsia traesti de la vagine de le membra sue.

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II Trecentonovelle, Novella CXIX

Messer Gentile da Camerino, mandando l'oste a Matelica, certi fanti da Bovegliano, essendo ebbri, combàttieno uno pagliaio, e nella fine, cogliendo ciriege, sono tutti presi.

Messer Gentile da Camerino fece bandire una volta per lo suo territorio che cotanti per centinaio dovessino con le loro arme comparire, sapendo che volea mandare l'oste a Matelica; e per obbedire, ogni suo sottoposto s'apparecchiò d'andare nella detta oste; e fra gli altri comuni e ville, andarono alla detta Matelica una nuova generazione di gente d'una villa che si chiama la pieve di Bovegliano; della qual villa si partirono per andar nell'oste

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Nomi

La gloria di colui che tutto move per l'universo penetra e risplende in una parte più e meno altrove. Nel ciel che più della sua luce prende fu' io, e vidi cose che ridire né sa né può chi di lassù discende; perché appressando sé al suo disire, nostro intelletto si profonda tanto, che dietro la memoria non può ire.
Veramente quant'io del regno santo ne la mia mente potei far tesoro, sarà ora materia del mio canto. O buon Appollo, a l'ultimo lavoro fammi del tuo valor sì fatto vaso, come dimandi, a dar l'amato alloro.
Infino a qui l'un gioco di Parnaso assai mi fu; ma or con amendue m'è uopo intrar ne l'aringo rimaso. Entra nel petto mio e spira tue sì come quando Marsia traesti de la vagine de le membra sue.

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Legenda Maior e Legenda Minor

La Legenda Maior e La Legenda Minor hanno entrambe come argomento vita di San Francesco d'Assisi e sono state scritte da San Bonaventura da Bagnoregio.  In particolare la Legenda Minor fu scritta per essere letta ad uso corale durante l'ottava della Festa di San Francesco in sostituzione della Legenda a firma (1230) di Tommaso da Celano che non corrispondeva più all'immagine che del proprio fondatore l'Ordine era venuto configurandosi.  In entrambe le Legende (la Minor è una sorta di compendio della Maior) San Bonaventura ricorda di esser stato egli stesso miracolato dal Poverello di Assisi.

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