Giovedì 17 Ago 2017

Palazzo Lauri o della Galetta (XVI sec.)

Nella raccolta manoscritta di fine XVIII sec. delle iscrizioni della città ad opera dello storico locale Bernardino Crivelli , si leggono alcune epigrafi della casa di Lorenzo Lauri situata in contrada Gadetta, dette iscrizioni erano incise sui fregi degli architravi delle tre finestre sopra il portale d'ingresso del palazzo, e riportavano le seguenti parole «EA.......», «LAVRENTIVS.» , «LAVRVS.». La residenza signorile della nobile famiglia Lauri fu quindi edificata dallo stesso Lorenzo Lauri, priore dell'ospedale di S.Paolo dell'ordine dei Crociferi a San Severino al ponte nell'anno 1582, come si deduce da un'altra iscrizione riportata nello stesso manoscritto, rilevata in un'osteria di Fontenuova. Il suo sepolcro è ubicato nella chiesa di S.Maria dei Lumi, nella prima cappella a sinistra dell'ingresso. Dalla veduta prospettica della città, ad opera di Cipriano Divini del 1640, si riconosce il palazzo all'interno di un complesso recintato, accessibile attraverso due porte ad arco sormontate da frontone; verso monte, in posizione sopraelevata, si identifica un giardino, di forma quadrata, perimetrato da muri di contenimento con un simbolico cipresso nel mezzo.

Di questa seicentesca immagine, rimarrebbe oggi il solo volume del palazzo e la spina di edifici che ne perimetrava il cortile a settentrione, mentre risulterebbero scomparsi i due archi d'ingresso e il giardino, nonché alcune finiture dei fronti come i marcapiani e il cornicione. La lettura comparativa tra l'attuale configurazione e la carta seicentesca ci riferisce anche l'avvenuta demolizione e ricostruzione del tetto, in origine a padiglione oggi a capanna sul fronte orientale. L'edificio, costituito da un unico volume pieno, è alto tre piani fuori terra conserva l'originaria disposizione regolare e simmetrica delle aperture, oggi in parte tamponate. Vi si accedeva in origine per mezzo di un sontuoso portale rinascimentale bugnato, individuabile in alcune foto storiche di fine '800, oggi sostituito da un seppur pregevole serramento in stile liberty. Il piano terra è suddiviso simmetricamente in quattro aule, ancora coperte dalle originarie volte a calotta lunettate. Dal primo ambiente d'ingresso si accede sulla destra alla scala e oltre al vano sottoscala, quest'ultimo voltato a botte che conduce ad ambienti interrati con funzione duplice di neviera e percorso sotterraneo. La scala ad una sola rampa rettilinea conduce al piano nobile, a sua volta diviso in due ampi saloni impreziositi da soffitto cassettonato ligneo. Al piano sottotetto si accede invece per mezzo di soli quattro gradini esterni da lato a monte ove era il giardino sopraelevato. Le finestre, per l'incuria del tempo, sono mancanti del loro originario ornamento in pietra, ridotto a parziali elementi; si identificano comunque, dai resti di alcuni riquadri sui fronti settentrionali ed orientali, le cornici modanate del davanzale decorato ad ovuli e frecce e i peducci di sostegno, i riquadri dei vani a fascia profilata sormontati da architrave trabeato con fregio liscio o iscritto. Dai pochi avanzi di modanature e dalle discontinuità della tessitura muraria si riesce a percepire il disegno originario delle facciate. Nel 1920 il palazzo apparteneva ancora alla Congregazione dell'Ospedale che intendeva preservarne il pregio artistico dei soffitti cassettonati proponendone il trasloco in altro luogo. In una descrizione tecnica, reperita presso l'archivio storico della Soprintendenza, si riporta che il cassettonato è in legno d'abete, situato nelle due sale del piano nobile, l'una di metri 8x9, l'altra di metri 6x9, :«...il legno lasciato primitivamente al naturale, ha oggi una simpatica patina bruna ... Da un sommario esame si rileva che il lavoro fu eseguito con ogni probabilità alla fine del Cinquecento ». L'unitarietà di questo soffitto si era purtroppo perduta in seguito al cambio d'uso dell'immobile per via della suddivisione degli ampi spazi di rappresentanza; la Congregazione intendeva quindi vendere il prezioso cassettonato al Comune, proponendo di smontarlo e rimontarlo nelle ampie sale della nuova scuola d'arte, edificio corrispondente all'attuale sede dell'IPSIA e fu per tali motivi che venne richiesto il parere della Soprintendenza. Il trasferimento fortunatamente non fu eseguito e ancora oggi si ammira il prezioso manufatto, disposto nelle due aule. Il palazzo viene acquistato dal Comune con atto del 27.09.2000 dalla società ARTE MARCHE ONLUS e restaurato solo parzialmente con il finanziamento della L.61/98. Attraverso questo intervento sono stati ricavati all'ultimo piano due alloggi popolari, mentre gli spazi dei due livelli inferiori, ancora in stato di degrado per la mancanza di fondi, saranno adibiti a servizi socio-culturali.

arch. Debora Bravi

Bibliografia

Archivio Storico della Soprintendenza ai Beni Architettonici e Paesaggistici di Ancona, cart. MC 249, "Casa Lauri"; cart. MC 1434, "Edificio in via della Galetta".

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