Venerdì 18 Ago 2017
S. Severino

san severinoImmersi in una natura rigogliosa e benigna, il nucleo antico di Castello, la splendida Piazza del Popolo con Palazzo Municipale e Teatro Feronia, il Museo Archeologico, la Pinacoteca, chiese, santuari, monasteri, un centro storico in cui palazzi straordinari si susseguono in una lunga teoria architettonica sono solo alcune delle meraviglie che riserva San Severino. Qui tutto nel tempo sembra essere stato speciale. Septempeda era una delle più importanti stazioni del territorio piceno. Da qui passavano i pellegrini che si recavano a rendere omaggio alla tomba di San Pietro, San Francesco, eremiti, mercanti, uomini d'arme. Qui vissero artisti straordinari come i Salimbeni. Un tour fatto di castelli, affreschi, dipinti, piazze, ed una vivacità culturale che ha pochi eguali.


 

Ritratto Petronilla Fidanzi

Descrizione

Il ritratto di piccolo formato ha per soggetto la madre del pittore, Petronilla Conti, raffigurata a mezzo busto e di tre quarti, rivolta verso la nostra destra e con lo sguardo indirizzato all'osservatore. La curatissima acconciatura, costituita da una treccia raccolta a crocchia con un pettine e da fitti boccoli ai lati, inquadra il luminoso volto dal tenero sguardo. L'attenzione, poi, passa subito agli eleganti gioielli, un pendente di diamanti e un sottile filo di perle al collo, e alla resa materica dei tessuti dell'abito, una veste in seta grigia con guarnizioni azzurre e un colletto in organza ricamata. Eseguito probabilmente durante il periodo romano e prima del 1841, anno di morte della madre, il dipinto costituisce un esempio del recepimento di precisi modelli figurativi della prima metà dell'Ottocento ed è annoverato tra la migliore produzione della ritrattistica marchigiana del periodo. La volontà di raggiungere una sintesi tra rigorosità della forma, verità della visione anche tramite gli effetti luminosi (con esiti di nitidezza quasi iperrealistica) e acuta caratterizzazione psicologica è consequenziale, nella formazione del Fidanza, alle suggestioni artistiche dell'ambiente romano, in cui il dominante stile accademico, classico subisce la contaminazione delle prime correnti "romantiche" (Nazareni, Puristi) e soprattutto della produzione di Ingres, interprete per eccellenza della ricerca di un nuovo equilibrio tra classicismo e romanticismo.

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Torrione Luzi (XIV sec.)

All'inizio del XX sec. la ristrettezza delle vie medievali mal si accordava con la richiesta di maggiori spazi pubblici per la circolazione, necessari all'intensificarsi del traffico viario e all'aumento della mole dei mezzi di trasporto; tali rinnovate esigenze comportarono la rettifica della struttura viaria medievale divenuta ormai obsoleta con la definitiva apertura della "città chiusa" mediante tagli e demolizioni della cinta muraria. Il Torrione Luzi, isolato e al centro di una corte, costituiva una delle torri rompitratta dislocate lungo le mura a nord della città, sottratta nel 1904 ad un pesante intervento demolitorio che vide l'abbattimento di 40 metri lineari delle vecchie mura. La torre restaurata venne inserita in uno spazio verde privato, come autentico reperto medievale per l'arredo del giardino "romantico" della famiglia Luzi, che oltre la via di San Giovanni possedeva il loro maestoso palazzo affacciato alla piazza. L'idea di aprire una nuova strada che collegasse l'interno della vecchia città al viale Bigioli abbattendo le mura fu dello stesso marchese Gian Francesco Luzi che fece eseguire il piano a proprie spese, cedendo anche parte delle sue proprietà ed ottenendo in cambio la possibilità di recintare un'area pubblica, entro cui racchiuse il suo nuovo e prezioso giardino. L'operazione realizzò l'apertura della nuova via denominata dell'Ospedale Vecchio, e la nuova costruzione di una recinzione lungo viale Bigioli ingentilita e coronata da una balaustra terminale Nel fronte delle nuove mura del giardino Luzi è inciso lo stemma della città con la tradizionale ed emblematica immagine di una chiesa con due torri. In corrispondenza dell'architrave dell'apertura centrale del giardino si legge la seguente iscrizione: «ANNO 1925 /NO (n).AD.IACTANTIA(m).SED.URBIS.DECORE »

Arch. Debora Bravi

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Ponte di San Paolo (XIII sec.)

Il ponte ad unica arcata a tutto sesto, restaurato nel 1847 al tempo dell'inaugurazione del vicino tempio di San Paolo progettato da Ireneo Aleandri, conserva i caratteristici parapetti coronati da accoltellata in mattoni, delimitati da quattro conci terminali squadrati in pietra calcarea; sui muretti sono state recentemente affisse le due lapidi, la prima settecentesca a testimonianza del restauro che avvenne nel 1722, la seconda del 1986, dell'archeoclub locale, meritevole di averla ritrovata.
La posizione del ponte antistante la porta Romana, già di San Lorenzo, ne permette la datazione che si fa risalire almeno al XIII sec., quando già esisteva la porta e quindi l'asse rettilineo del percorso che la attraversava. L'esistenza in loco dell'antica abbazia di San Lorenzo, X-XI sec., potrebbe retrodatarne l'origine. Il ponte supera infatti l'ostacolo del fosso omonimo che già nel XII sec. muoveva le pale del mulino di San Paolo, il frantoio da olio di proprietà dell'abbazia benedettina, ubicato quasi al termine del lungo Vallato che dal ponte di Sant'Antonio giungeva al sottostante borgo Conce, denominato a quel tempo anch'esso di San Paolo.

Arch. Debora Bravi

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Il viadotto di San Bartolomeo (XIX sec.)

Il rinnovamento del sistema infrastrutturale del XIX sec. mediante lo sviluppo delle comunicazioni ferroviarie e quindi la costruzione della nuova strada ferrata comportò la fabbricazione verso il 1880 di numerosi ponti e viadotti lungo tutto il percorso da Civitanova ad Albacina. Lungo il tratto San Severino-Tolentino venne costruito il viadotto di San Bartolomeo distante circa due chilometri dalla città, necessario per superare il sottostante avvallamento generato dal fosso. Per le enormi difficoltà che si dovettero superare nei dieci chilometri di distanza tra Tolentino e San Severino la via ferrata di tale tronco fu messa in funzione soltanto il 23 dicembre 1888. Il viadotto di maestosa mole, alto ben 34 metri e lungo oltre 200 metri, dovette senz'altro costituire uno degli ostacoli che fecero ritardare i lavori; costruita interamente in mattoni, la struttura venne impostata su due ordini sovrapposti di archi a tutto sesto, di cui quello inferiore composto da 10 arcate ed il superiore da 18. La serie di archi venne rinforzata, a scansione regolare di quattro arcate, mediante costoloni. A livello dell'imposta del secondo ordine, i grossi piloni svasati a pianta rettangolare sono forati alla base mediante voltine a botte a tutto sesto, a consentire l'attraversamento pedonale dell'intera lunghezza del viadotto.

Arch. Debora Bravi

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La stazione ferroviaria (XIX sec.)

Tra i principali eventi che strutturarono e realizzarono nel corso del XIX sec. l'espansione periferica della città chiusa medievale, le sistemazioni per l'inserimento della via ferrata contribuirono in modo determinante all'evoluzione della città moderna e alla trasformazione dello scenario extra moenia; la stazione di San Severino venne inaugurata con l'apertura del nuovo tronco ferroviario Castelraimondo-San Severino nel 1886, mentre a due anni di distanza nel dicembre del 1888 venne aperto l'altro successivo tratto di 10 km per Tolentino. Lungo il nuovo asse di espansione del viale della Stazione, si realizzarono le prime aree di svago: il giardino pubblico inaugurato dal sindaco Giuseppe Coletti nel 1873 e lo stesso piazzale della stazione compiuto nel 1886, ambedue affacciati al fronte ovest del rettilineo stradale che univa la medievale Porta del Mercato, alla nuova soglia della città moderna. Alla stazione di carrozze collocata fin dal medioevo nel largo di San Domenico si sostituì la stazione del treno: la lunga palazzina per i viaggiatori costituiva lo sfondo del piazzale antistante, un'area ove si poteva passare qualche lieto trastullo in attesa dell'arrivo del treno.

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