Giovedì 17 Ago 2017
Treia

treia25 secoli di storia, arte e cultura nella teoria ininterrotta di una piazza-balcone, archeologia, palazzi, chiese, raccolte, un gioiello come l'Accademia Georgica. Ne dà uno struggente affresco letterario Dolores Prato nel suo "Giù la piazza non c'è nessuno". Treia è testimonial del gioco del pallone col bracciale, sport spettacolare amato da Leopardi, che al più grande giocatore di ogni tempo, il treiese Didimi, ha dedicato una canzone. Per la Disfida la città torna al primo Ottocento, quando Didimi la rese famosa in Italia. In un tour dove industrie d'eccellenza affiancano tradizionali attività la qualità della vita si misura anche dalla tavola. Il calcione è riconosciuto come prodotto tradizionale regionale. Per gustarlo con Verdicchio o Vernaccia, da non perdere la Sagra del Calcione senza trascurare quelle della Polenta e del Maialino alla Brace.


Il Calcione

La cucina treiese affonda le sue radici in quella marchigiana, ma propone vere prelibatezze frutto di accostamenti arditi. Spicca su tutte il calcione. Di gradevole sapore agrodolce, di forma a mezzaluna, è cotto al forno ed è a base di pecorino uova e zucchero. Dolce la pasta esterna, salato il cuore centrale in cui l'impasto di formaggio assume il carattenstico colore dorato in fase di cottura. Tipicamente pasquale, il calcione dal 2000 è un prodotto Dop regionale (BUR 43) protagonista di una sagra che si svolge ogni seconda domenica di giugno dove si può gustare anche come primo piatto (sfoglia tirata a mano ripiena di ricotta, uova e spezie), fritto e al forno (ripieno di ricotta e zucchero). Da abbinare ad un buon bicchiere di Verdicchio di Matelica o di Vernaccia di Serrapetrona.

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Treia - Chiesa di San Francesco

Alla fine del XII secolo i francescani, sensibilmente cresciuti nel numero, s’ insediarono in una chiesa dentro le mura di Montecchio che, dopo averla dotata di convento, nel 1300 dedicarono al Santo di Assisi. Tra la fine del XVII secolo e la prima metà del XVIII secolo, chiesa e convento furono radicalmente ristrutturati sotto la guida dell’architetto Giovanni Battista Rusca di Lugano; qua e là si notano ancora resti della primitiva struttura gotica. Il maceratese Costanzo Alberti decorò l’abside, mentre gli affreschi del resto del tempio sono del treiese Pasquale Ciaramponi. La pala dell’Altare Maggiore è del Malpiedi di San Ginesio e porta la data del 1601. I Frati Minori Conventuali hanno officiato questa chiesa fino al 24 gennaio 1966. Ora è affidata alle cure di un sacerdote diocesano, mentre l’antico convento, fino a qualche anno fa, è stato sede dell’Istituto Professionale di Stato.

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Il granoturco e la polenta

L'agricoltura è stala per secoli l'unica risorsa di queste terre al punto che, ancora oggi, molte delle produzioni tradizionali ed autoctone sono state reintrodotte e potenziate. Macinando il Granoturco Quarantino di Treia si ottiene la polenta di una volta. Ecotipo locale, un tempo tipico della pianura, si raccoglie (anche da coltivazione biologica) a line agosto nelle zone di Treia, Corridonia, Castelraimondo, San Ginesio e limitrofe. Prima della maturazione, quando ancora i chicchi sono teneri, le spighe si possono consumare cotte alla griglia; macinato, si usa in prevalenza per la polenta, quindi anche per pane, focacce e dolci tradizionali.

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San Nicola da Tolentino

A Treia anticamente esisteva un convento agostiniano nel quale, per qualche tempo, dimorò lo stesso San Nicola da Tolentino cui la leggenda vuole si debba i miracolo della guangione di un bimbo presso porta Montana. La statua è la prova che, anche dopo la soppressione dell'ordine in seguito all'editto napoleonico, la venerazione per il santo rimase vivissima. Conservata in San Filippo mostra un santo a grandezza naturate e di aspetto giovanile secondo un modello desunto dagli affreschi del cappellone della basilica di Tolentino. Nella sinistra le sfere che alludono all'episodio della guarigione miracolosa per mezzo del pane benedetto. Posa dinamica e teatrale, foga ritmica e sinuosa del gesto sono motivi tardobarocchi presenti in altre opere marchigiane coeve accomunate anche dal dinamismo del panneggio e dal suggestivo contrasto tra il nero dell'abito e l'oro di cintola e scarpe.

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Reliquiari del Beato Pietro da Treia

Due sono i busti-reliquiari che hanno come soggetto il Beato Pietro da Treia, mistico francescano beatificato da Pio VI nel 1793: uno si trova nella chiesa di San Francesco, l'altro in quella di San Filippo. Le figure vestono il saio francescano col cappuccio sulle spalle e mostrano sul petto una teca ovale contenente le reliquie. I volti dalla carnagione chiara e le rughe profonde, mostrano un intento artistico apertamente naturalistico; sono incorniciati dai baffi e da una barba lunga e scura.
Sul fronte delle basi alcuni scudi nobiliari: lo stemma vescovile appartiene a monsignor Filippo Saverio Grimaldi treiese, vescovo di San Severino dal 1838 al 1846, committente di questi arredi liturgici oltre che benefattore del duomo e del santuario di San Pacifico a San Severino.

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