Giovedì 17 Ago 2017
Treia

treia25 secoli di storia, arte e cultura nella teoria ininterrotta di una piazza-balcone, archeologia, palazzi, chiese, raccolte, un gioiello come l'Accademia Georgica. Ne dà uno struggente affresco letterario Dolores Prato nel suo "Giù la piazza non c'è nessuno". Treia è testimonial del gioco del pallone col bracciale, sport spettacolare amato da Leopardi, che al più grande giocatore di ogni tempo, il treiese Didimi, ha dedicato una canzone. Per la Disfida la città torna al primo Ottocento, quando Didimi la rese famosa in Italia. In un tour dove industrie d'eccellenza affiancano tradizionali attività la qualità della vita si misura anche dalla tavola. Il calcione è riconosciuto come prodotto tradizionale regionale. Per gustarlo con Verdicchio o Vernaccia, da non perdere la Sagra del Calcione senza trascurare quelle della Polenta e del Maialino alla Brace.


Treia - Le frazioni

Passo di Treia, frazione tra le più popolose ed attive del territorio, non è certo un abitato di recente costituzione: la borgata cominciò a svilupparsi a partire dal 1631 quando venne edificata una chiesetta dedicata a S. Ubaldo. Nella zona però c’erano già stati insediamenti in epoca precedente. Quando le orde barbariche si riversarono nel Piceno, i discendenti degli antichi coloni romani furono costretti a rifugiarsi sui colli dove costruirono munitissimi castelli. Uno ne sorse proprio a Passo di Treia, presso l’attuale Chiesa della Madonna del Ponte. L’altro abitato sorse più tardi in località Monte Cucco. Distrutti i due abitati dai Varano, nei pressi, sorsero due torri merlate con funzioni di vedette e difesa dei mulini costruiti per fornire le farine a Treia e Pollenza.

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Treia - Le chiese rurali

“Quei luoghi dove andava mio zio, visti solo nel pensiero, erano tanto belli; alberi, campi e strade, forse anche una chiesa se lui ci andava per dir Messa…Di dove andasse sapevo solo il nome. “Vado a Campo Rota” diceva. In campagna di sicuro; ma la campagna è tutta campagna. Bisogna aver visto o sapere qualcosa di concreto per distinguere il luogo. Io vedevo le favole dei loro nomi…Ogni tanto andava a San Carlo, in campagna certo lo era, e lontano anche perché lui andava a dir Messa solo dove poteva far lunghe camminate; usciva che era notte. Perciò mai San Girolamo, isolato, appena finito il Borgo, poco prima di Villa Bell’Amore; neppure al Crocifisso andava mai che io credevo la più lunga passeggiata, quella che gli altri facevano portandosi la merenda; lui al Crocifisso ci passava, non si fermava… Pitì era un paradiso visto dalla cucina.

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Dolores Prato

Scrittrice e giornalista

Roma. 1892-Anzio 1983

Da cinque ai diciotto anni vive a Treia dove studia nel collegio salesiano della Visitazione. Insegnante di lettere, si stabilisce definitivamente a Roma dove pubblica articoli di cultura su vari quotidiani. La sua scoperta avviene quando la scrittrice ha ottantasette anni, con la pubblicazione presso Einaudi del racconto autobiografico "Giù la piazza non c'è nessuno" a cura di Natalia Ginzburg (1980) di cui Mondadori ha pubblicato l'edizione integrale (1997).

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L´Iseo di Treia

Dall´epoca tolomaica la venerazione per Iside, simbolo di sposa e madre, protettrice dei naviganti, si diffuse nel mondo ellenistico, fina a Roma. Il suo culto, diventato misterico per i legami della dea con i mondo ultraterreno e nonostante   all´inizio fosse ostacolato, si diffuse in tutto l´impero romano.

La sua decadenza nel Mediterraneo venne favorita dall´avvento di nuove religioni misteriche come lo Zoroastrismo, e soprattutto, il Cristianesimo.

Ci sono tratti comuni nell´iconografia relativa alla dea egizia e alla Vergine Maria, ed è ragionevole supporre che già l´arte paleocristiana si sia ispirata alla raffigurazione classica di Iside per rappresentare la figura di Maria. Anche a Trea la prima Pieve cristiana sorse grazie alla trasformazone dell´Iseo laddove oggi si erge il Santuario del S.S. Crocifisso.

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San Marco

“Si chiamava San Marco, ma non era chiesa, era la prua del paese. Quello che in una nave è il castello di prora lì era San Marco. Fa da spartiacque la punta del castello di prora, era uno spartispazio la punta di quel paese. In basso, di fronte alla punta dove la valle risalendo faceva gobba, una monumentale villa… Di lì lo spazio pareva tutt’uno, ma bastava prendere per le Mura verso San Francesco o verso la Porta di Testa, che lo spazio era diviso, diventava: verso il mare, o verso i monti.

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